Gianni Rodari il maestro che ci ha insegnato 
la rivoluzione della fantasia

100 anni dalla nascita dello scrittore che ha portato a scuola un mondo incantato e il ricordo di una sua alunna

  • Transformare tutto.       

  • Sognare in grande.       

  • E non avere paura di sbagliare.  ​

(Gianni Rodari circondato da bambini nel 1979)

La scuola Piccinnini sembrava lontana, lontanissima, oltre ogni periferia. Solo la via Tiburtina riusciva ad arrivarci. Per il resto era circondata da prati incolti - aridi d’estate, fangosi d’inverno. Percorrerli ogni mattina mi sembrava una punizione ulteriore; si aggiungeva a sventure e tracolli che in quel periodo inseguivano la mia famiglia, da poco rientrata a Roma. L’insofferenza non si stemperava in classe, una quinta elementare frequentata da figlie di operai e disoccupati che nei volti, nei gesti, nelle parole portavano incisi le difficoltà, gli stenti, i soprusi che vivevano quotidianamente fuori.

 

La maestra si dava da fare. Ma i suoi sforzi non erano ripagati. Ogni tanto perdeva la pazienza - volava qualche schiaffo. Era ancora solo ottobre e la situazione appariva stagnante. Un giorno arrivò un nuovo maestro, o meglio, un maestro ausiliario, che avrebbe dovuto dare una mano. Era un uomo minuto, un po’ timido. Non alzava la voce e sorrideva spesso. Eppure era inflessibile.

 

In poco tempo tutto fu rivoluzionato. Cambiò l’aula, cambiò l’atmosfera e cambiammo noi. Le ore passavano rapidamente una dopo l’altra. Anzi, restavamo a scuola anche nel pomeriggio. I nostri impegni si erano moltiplicati e noi, prima così riottose e maldisposte, avevamo finito per essere addirittura entusiaste. D’un tratto la scuola era diventata un mondo incantato. 

 

Ma non era una favola – era un’utopia. E noi avevamo scoperto di esserne le protagoniste. Stava a noi preparare e anticipare con zelo e fantasia. Questo ci aveva fatto capire in pochi giorni il nostro nuovo maestro Gianni Rodari. Così uscimmo presto dal ruolo triste e passivo di scolare dimenticate di un’opprimente periferia romana.

Ciascuna ebbe un compito in quella piccola, grande trasformazione. Non che avessimo smesso di studiare storia, geografia, aritmetica. Anzi! Lo facevamo con una nuova passione e un fervore esplorativo.

 

Che parte avrei potuto avere io che, oltre a essere la più piccola, mi sentivo così estranea e rifiutata? Rodari me ne assegnò ben due. Fui il postino della classe. Smistavo le lettere che ciascuna indirizzava al maestro, ma anche a una compagna, per parlare di sé, per sfogarsi, lamentarsi, confidarsi. Così avrebbero potuto essere superati piccoli attriti e futili malintesi. Nulla impediva, poi, di scrivere lettere a personaggi reali o fittizi, esistenti o immaginari.

 

Oltre a giocare questo ruolo, quasi interpretativo e psicanalitico (molte lettere venivano lette insieme e commentate), fui «occhio sul mondo». Così mi chiamò il maestro Rodari. Non tutte le mie compagne avevano accesso ai giornali. Io potevo invece procurarmeli a casa o tra i parenti che non abitavano lontano. “L’Unità”, “Paese sera”, qualche volta “Il Messaggero”. Insomma, quello che riuscivo a trovare. Mi occupavo delle notizie che arrivavano dall’estero. Ogni mattina portavo i ritagli dei giornali e li incollavo su grandi cartoni. Erano i nostri tazebao. Mi rendevo conto che la gerarchia era importante. Così mettevo in alto tutto quello che riguardava la guerra in Vietnam che trovavo profondamente ingiusta. Almeno mezz’ora in classe era dedicata alla discussione di quelle notizie.

Erano gli ultimi mesi del 1965. Noi tutte avevamo problemi di ogni sorta che ci attendevano fuori dal portone. Avremmo potuto soccombere, ripiegate su noi stesse.

 

Il maestro ci insegnava ad alzare gli occhi, a considerare la nostra situazione in una prospettiva più ampia, guardando a tutto quello che accadeva nel mondo.

Fu così che, «sognando in grande», come lui ripeteva, decidemmo di pubblicare noi un nostro giornalino utilizzando il ciclostile della scuola. Facevamo una vera e propria riunione di redazione. Articoli e idee non mancavano. E tuttavia Rodari non sembrava soddisfatto. Dovevamo osare di più. Quelle stesse ali leggere che ci innalzavano nei cieli dell’immaginario avrebbero dovuto spingerci a conoscere e indagare una realtà così vicina che avremmo forse preferito rimuovere. Fioccavano le proposte. Ma Rodari scuoteva la testa.

A me venne in mente un’idea che poteva sembrare bizzarra. Non lontano c’era una grande fabbrica, la Fiorentini. Ci passavamo accanto per tornare a casa, quando sceglievamo il percorso più lungo ma più agevole. Perché non intervistare gli operai? Aspettarli all’uscita dal loro turno? Per capire quali fossero i loro timori, le loro angosce, le loro lotte? Ci andammo in gruppo. Ricordo ancora lo sguardo stupefatto e compiaciuto degli operai davanti a quelle ragazzine davvero originali, giornaliste improvvisate, che prendevano la loro parte così seriamente.

 

Il giornalino fu un successo. Si complimentò persino un burbero ispettore venuto da fuori. In quell’occasione Rodari volle mostrargli come noi avevamo imparato a giocare con gli errori.  

Perché, certo, in quella classe difficile ce n’erano in abbondanza. Di qualcuno ho trovato poi traccia nei suoi libri. In sé l’errore non era mal visto. Errare e trasgredire sono quasi sinonimi. E così poteva nascerne una trasgressione poetica. Ci piaceva il paese con la “s” davanti, quello dello “scannone”, che disfa la guerra anziché farla, e dello “staccapanni”, che non serve per appendere i vestiti, ma per staccarli quando occorre. È il paese dove per i bambini che ne hanno bisogno i cappotti sono gratuiti come l’aria e l’acqua.

Si avvicinavano le feste. La povertà era un brutto spettro che girava inarrestabile in quella scuola. Nulla sembrava più chimerico che preparare i regali. Rodari ci disse di portare da casa quello potevamo. La mia compagna di banco arrivò con un pezzo di lenzuolo bianco. Ridemmo – non senza amarezza.

Che cosa ne voleva fare? Il maestro, accigliato, ci rimproverò. Tutto si poteva trasformare, tutto si poteva riparare. Il pezzo di lenzuolo diventò una splendida rosa. Non ce n’erano altre così belle, perché quella aveva l’aura del riscatto.

(Gianni Rodari con i bambini. A destra, piccola illustrazione di Maki Hasegawa)

Durante le vacanze mio zio Armando, che mi esortava sempre a leggere, mi regalò “La freccia azzurra”. Ho ancora l’edizione originale con la sua dedica. Lì per lì lasciai il libro da parte, perché mi sembrava strano e incomprensibile che Gianni Rodari, il mio maestro, scrivesse anche per altri bambini. Lo lessi solo più tardi. E ritrovai molto del suo insegnamento in quella singolare storia di giocattoli che, nella notte dell’epifania, fuggono dal negozio e salgono su un trenino elettrico, la freccia azzurra, per raggiungere i bambini che non possono comprarli.

 

Fra loro ci sono anche le Tre Marionette che nello scompartimento battono i denti tanto forte, da impedire agli altri di dormire. «Ma non potete lasciarci in pace? Non avete un po’ di cuore?», chiedono gli altri giocattoli. «No, non ce l’abbiamo», rispondono le Tre Marionette.

«Siamo di legno e di cartapesta; se avessimo il cuore, non avremmo così freddo». Dalla scatola dei pastelli guizza fuori il rosso – tre segni, ed ecco il cuore. «Dopo qualche minuto sentirono caldo anche alle orecchie, anche alle mani e ai piedi, ossia nei punti più lontani dal cuore, ove il freddo si diverte a tormentare la povera gente».

 

Gli esami finali andarono bene, più o meno per tutte. Rimpiangevamo già quella scuola su via Tiburtina che prima ci sembrava il luogo più desolato del mondo. «Lei studierà storia! O filosofia! O forse farà la giornalista. Insomma mica vorrai scegliere matematica?». Sono queste le ultime parole di Rodari che ricordo. Negli anni universitari in Germania ho studiato, quasi per caso, Novalis, quel poeta e filosofo che Rodari amava molto e che, con la sua “fantastica”, lo aveva ispirato.  

 

Dal mio maestro ho imparato, nei miei limiti, la forza della trasgressione, la necessità dell’utopia, il valore della resistenza e della rivolta, l’impegno di cambiare il mondo.

 

Fonte: L’Espresso - „Grazie Gianni Rodari, il maestro che ci ha insegnato la rivoluzione della fantasia“ di Donatella Di Cesare / 29 gennaio 2020

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